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Storia di Margherita

Margherita

“Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te…” A voce alta e ferma la mamma scandiva le parole. 

“Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori…” rispondevamo noi tre figlie, stancamente, perse nei pensieri della sera, distratte dal vociare degli altri bambini ancora a giocare in cortile. 

Per anni questo ricordo mi ha accompagnato. Non i giochi dell’infanzia, la scuola, gli amici; ma le preghiere, fisse, tutte le sere. Non la dolcezza, malgrado tutto, della mamma, bensì la sua fermezza, la sua serietà, la sua tristezza. 

Ripenso a quei giorni mentre fumo una sigaretta appoggiata al vetro freddo della finestra. 

Ripenso a trent’anni dopo, quando mi prese di nuovo in casa con lei, dopo che avevo tentato il suicidio, per farmi guarire. Anche quella volta con il rosario, con le preghiere. 

Povera mamma! Come mi ribellai, quella volta. Mi ribellai con lei per tutto quello che stava succedendo a me. 

Eppure aveva ragione. Ha sempre avuto ragione, fin dall’inizio di questa storia, fin da quella volta, quando mi disse: “Non sposarlo. Giorgio non è l’uomo per te.” 

Ci vedeva lungo, lei. Ma io no. Io non ci vedevo. Io vedevo l’Amore. Passionale, coinvolgente, cieco, appunto. Avevo diciotto anni e lui ventisei. Lo conoscevo da tre anni e mi era sembrato subito così bello, così grande, così intelligente. 

Intelligente, certo. Che ne sapevo io, dopotutto, della vita, stupida ragazzetta quindicenne chiusa in casa a recitare il rosario! Probabilmente anche la tendenza a dare sberle a profusione facevano parte della sua intelligenza, chissà. Le subivo, mi facevano male, ma in fondo le giustificavo. 

 Spengo la sigaretta e sorrido. A ripensarci ora mi sembra di vedere un film, e la protagonista è una tizia un po’ tonta che mi somiglia. 

Suona il cellulare. 

“Ciao, amore”.  

“Mamma, ciao, abbiamo fatto i compiti. Adesso guardiamo un film e poi andiamo a dormire. Buona notte.” 

“Buona notte, tesoro” rispondo, senza nemmeno avere il tempo di sapere se va tutto bene. 

Ma sì, certo che va tutto bene. Samuel è un bambino sereno, nonostante tutto. Nonostante tutto quello che ha visto. Stasera dorme da un compagno di scuola, come tutti i bambini normali, che vivono una vita normale.  

Ama suo padre, nonostante tutto. Pur sapendo di avere un genitore totalmente, irrimediabilmente inaffidabile, e violento. Franco, il mio ultimo marito. 

“È pur sempre mio padre”, mi dice, povero piccolo, dall’alto dei suoi nove anni. E io mi stupisco di tanto amore, ogni volta. 

Non ama i poliziotti, invece. Colpa di quel giorno, quando quell’idiota di Franco ci fermò in mezzo alla strada, mi trascinò giù dall’auto per i capelli, mi prese a ceffoni. 

Samuel gridava come un pazzo: “Papà, ti prego, smettila!”, ma lui non lo ascoltava. 

Quella volta i poliziotti arrivarono subito, ma non per aiutare me. Invece di portarselo via immediatamente, cercarono di mediare. Uno mi disse: “Vabbè, signora, non faccia tante storie”. 

E io, con mezza faccia sanguinante, non sapevo se credere alle mie orecchie. Mi sembrava tutto assurdo.

Presa dalla rabbia, me ne uscii con “Voi uomini siete tutti uguali”. Essi, per tutta risposta mi chiesero i documenti. Volevano ritirarmi la patente.  

E lui se la rideva mentre, in ginocchio per la disperazione, imploravo l’agente di non farlo, altrimenti non avrei più potuto lavorare per mantenere mio figlio. 

Quel figlio che lì, sul sedile posteriore, assisteva a tutta la scena. 

Non è passato molto tempo da allora, e lui è ancora in giro. Franco lavora, ma si mangia tutto al gioco. È pie-no di debiti e continua a minacciarmi. Ma la mia più grande paura non è che mi faccia del male, ma che la passi liscia. Che ancora una volta, nonostante tutto, la passi liscia. 

Lui è solo l’ultimo della serie. Una serie nemmeno troppo lunga di uomini che dell’uomo hanno solo il no-me.  

Non posso fare a meno di sorridere mentre mi chiedo perché. Perché capitano tutti a me, e perché sento pesar-mi dentro un senso di colpa che non dovrei avere. Perché sento di dover incolpare qualcuno, me stessa, mia madre, un padre che non ho mai avuto, la società, le madri e i padri di quegli uomini, forse, chissà. 

Il pensiero torna al mio primo marito, Giorgio. È il padre dei miei figli più grandi, Valentina e Lorenzo. 

Io, Valentina, l’ho amata in maniera pazzesca. Dopo la sua nascita avrei voluto non avere più figli. La adoravo e volevo solo lei. Invece, dopo quattro anni, restai incinta di nuovo. Ma la bambina nacque morta all’ottavo mese, e io mi sentii in colpa. Perché non l’avevo mai voluta, quella bambina. 

Forse rifiutando lei rifiutavo un marito che già non sopportavo più; prepotente, manesco, che mi trattava con sufficienza. 

Lui invece volle subito un altro figlio, così arrivò Lorenzo. E io continuavo a non avere nessuna libertà, né di dire, né di fare. Non potevo uscire con un’amica, non potevo contraddirlo, la nostra vita sociale era pari a zero. Con i bambini era severo, autoritario, non aveva pazienza. Eppure lo amavo. Le nostre giornate scorrevano tutte uguali, intervallate da scenate improvvise, in cui io, dopo l’ennesima sberla, gli dicevo che volevo lasciarlo. Lui si metteva in ginocchio e mi supplicava di perdonarlo. E io lo perdonavo. Lo perdonavo perché pensavo che mi a-masse. 

Il mondo era tutto lì, fra quelle quattro mura. Ma non era vero, e io lo sapevo. All’improvviso, quasi per caso, cominciai a frequentare dei corsi di letteratura organizzati dalla scuola del paese, con la scusa che mi sarebbero ser-viti per trovare un lavoro. Un corso senza troppe pretese, che però mi aprì la mente, mi diede il coraggio che mi era mancato fino a quel momento. Cominciai a ribellarmi. Cominciai dalle piccole cose, come impormi per un’uscita.  

Lui mi diceva: “Se esci da quella porta, non rientri più.” 

Ma io andavo lo stesso. 

Quando tornavo mi picchiava, davanti ai bambini. Mi diceva che ero una poco di buono, che non valevo niente e che se lo avessi lasciato non avrei più rivisto i miei fi-gli. E io gli credevo. Ci cascavo ogni volta, perché lo credevo sempre più intelligente, più furbo di me. 

La situazione precipitava. Non trovavo via d’uscita. Non avevo amici, non sapevo con chi parlare. Mi prese uno sconforto profondo, al punto che d’un tratto mi sembrò che la morte fosse la soluzione più dignitosa a tutti i miei problemi o, comunque una decisione più accettabile che vivere in quel modo. 

Accendo la tv, danno una televendita. Sono proprio tutte uguali, non si impegnano nemmeno a cambiare le parole, basta solo una piccola modifica: “Amici, una fantastica offerta per il vostro suicidio perfetto: un flacone di tranquillanti, che potrete avere comodamente a casa vostra al prezzo super conveniente di …!  

E ai primi cinquanta di voi che chiameranno, in o-maggio un coltello da cucina, che potrete provare sui vostri bei polsi, per essere sicuri del risultato ottimale”. 

Ah, ah. Il bello di essere qui a riderci sopra. 

A pensarci ora, mi sembra sia accaduto in un tempo lontano, dilatato, da rivedere al rallentatore. 

Io che prendo una penna; non scrive, ne cerco un’altra. Poi non trovo il foglio di carta; mi tocca strapparlo da un quaderno di mia figlia. Per un attimo penso che tutti questi impedimenti siano un segno del destino, che ha per me in serbo qualcos’altro che una fine misera. Ma continuo. 

Scrivo due righe ai miei figli, dicendo loro quanto gli voglio bene. È patetico e inutile, lo so, ma non posso farne a meno. 

Lascio il foglio sul tavolo, prendo le pastiglie. Per non sbagliare, mi taglio anche i polsi. Tutto diventa buio in un attimo. 

Mi sveglio in ospedale, con i polsi fasciati e lo stoma-co ribaltato.  

Giorgio era rientrato prima, mi aveva trovata e portata al pronto soccorso. 

Adesso è lì, che mi guarda con una faccia schifata: “Come hai potuto fare questo ai tuoi figli”, sembra dire. Ma forse lo penso solo io, probabilmente la sua faccia vuol dire soltanto: “Guarda che bella figura di merda mi hai fatto fare”.   

Durante tutta la degenza Giorgio non mi portò mai i bambini. “Non ti vogliono più vedere” mi diceva; e io, come al solito, gli credevo. 

Lo psicologo dell’ospedale mi consigliò di non tornare a casa. Secondo lui ero in pericolo. Sarebbe stato meglio andare in un posto tranquillo per un po’, per curare le ferite del corpo e dell’anima. 

Così sono andata da lei, da mia madre. 

“Te l’avevo detto” mi aspettavo che dicesse non appena varcata la porta di casa. Lei invece non parlò. Stava lì, come sospesa in un tempo interminabile, ad osservarmi, mentre leggevo, quando dormivo, forse chiedendosi dove aveva sbagliato. O più facilmente pensava di aver messo al mondo una stupida. 

Ad ogni modo, grazie alle sue cure mi ripresi in fretta. Ero giovane, dopotutto. Ottenni la separazione. Ma mi mancava tanto mia figlia. Il Tribunale dei minori decise di affidare a me il piccolo e di lasciare a lui Valentina, che all’epoca aveva undici anni. 

Fu un periodo tremendo. Mia figlia, poco a poco, venne plagiata dal padre. Non voleva vedermi, non voleva venire a trovarmi. La mia Valentina. L’amore della mia vita. Il mio raggio di sole. Non potevo permettere che accadesse. Allora andavo a cercarla. L’aspettavo fuori dalla scuola ma lei, quando mi vedeva, correva via.  

 Una volta la seguii fino a casa. “Ti prego, fermati, Valentina!” le gridai a pochi metri dal portone dello sta-bile. Lei si bloccò, si girò lentamente, si avvicinò e mi diede uno schiaffo. 

Uno schiaffo. Da mia figlia. Sentii tutto il male del mondo, non per lo schiaffo, ma per quello che lui stava facendo a lei, alla sua giovane mente. 

La guardai, accennando un sorriso di comprensione: “Lo so che non è colpa tua” le dissi piano, quasi timidamente. Ma poi sentii una risata. Era Giorgio, che dal balcone aveva assistito alla scena. Il cuore mi si riempì di rabbia: “Non ridere!”, urlai, “Prima o poi le pagherai tutte e rimarrai solo come un cane!”. Riuscii a dire solo questa banalità. Lei entrò in casa. Io mi sentivo sconfitta, impotente. Me ne andai inseguita da risate agghiaccianti. 

Ma non mollai. Ci vollero molti mesi e l’aiuto degli assistenti sociali per riconquistare mia figlia; ma questo molto, molto tempo dopo.   

Un giorno conobbi Carlo. Accudivo la madre anziana che viveva con lui e dopo la separazione da Giorgio cominciai a frequentarlo.  

Carlo era un uomo molto timido, molto sensibile,  piacevole e gentile. Mi confessò che il mio arrivo nella sua casa era stato come una ventata di freschezza. Diceva di avere dei momenti no, di soffrire di depressione, forse per la situazione familiare non facile. La mia presenza era per lui un vero toccasana. “Finalmente un uomo per bene” mi dicevo, anche se lo consideravo un po’ noioso, così triste e rassegnato. 

Andammo a vivere insieme, e con noi il piccolo Lorenzo. Le cose sembravano funzionare. Finché una sera mi capitò di ricevere un invito per un’uscita, una festa di classe. Un’occasione per rivedere vecchi amici e fare qualche conoscenza nuova. Avevo voglia di un po’ di vita, di un po’ di leggerezza, dopo tante lacrime. 

Gli comunicai, con una certa apprensione, la mia intenzione di uscire, ma lui mi disse tranquillamente: “Certo, vai pure”. 

Non ci potevo credere, ero al settimo cielo; una sensazione bella e sconosciuta, quella della libertà.   

Uscii e mi divertii da matti, quella volta. Libera da condizionamenti, libera di dire e fare quello che volevo, libera di essere finalmente me stessa. Libera dalla paura. 

Tornai molto tardi, alle quattro del mattino. Lo trovai sveglio, seduto sul letto ad aspettarmi. 

Si alzò senza dire nulla. Si avvicinò a me che lo guardavo felice. Il ceffone arrivò improvviso. 

Restai di sasso, mentre il mio castello di carte crollava miseramente.    

Quella volta non mi fu difficile andarmene. Forse perché non ero innamorata. Nel giro di una settimana trovai una casa in affitto e tanti saluti. 

“E questo, signore e signori, era il “numero due!” Ma state con noi perché le sorprese non sono ancora finite!”. 

Spengo la tivù. 

Ancora un’occhiata allo specchio, mentre aspetto. Dal disordine sparso dei ricordi mi giunge l’eco di una voce lontana. 

Eccolo lì, Franco, bello, elegante, affabile con tutti, mentre mi porge la mano: “Sono il proprietario del ristorante, buongiorno. È lei la nuova cuoca?” 

“Sì” rispondo io “Il suo socio mi ha dato questa bella opportunità” abbozzo, non sapendo cos’altro dire. 

“Eh, quel furbetto di Claudio“ fa lui “ Scommetto che appena l’ha vista, non ha capito più niente!” 

“Ma so anche cucinare” rispondo sorridendo. 

“Scommetto che con quel sorriso riesce a fare tutto ciò che vuole”.  

Ecco, avrei già dovuto capire lì, in quel momento. Con tutti quegli “scommetto”. 

Ma ero affascinata da lui, dal suo modo di fare, dalla sua solarità. Cominciammo a lavorare insieme, e ci divertivamo davvero. Si rideva, si scherzava. Mi sembrava di essere approdata all’improvviso su un altro pianeta. Ci innamorammo, ci frequentammo per cinque anni, poi decidemmo di sposarci. 

Sembrava tutto così perfetto. Lui pensava a tutto, le spese, il conto corrente, l’andamento del ristorante. Io non dovevo preoccuparmi di niente. Che idiota sono stata, avrei dovuto capirlo quando mi spariva il bancomat per poche ore, per poi ricomparire improvvisamente qua o là. Ma non avevo motivo per sospettare qualcosa, la mia vita sembrava finalmente aver preso la piega giusta.

Fino a quel giorno.

Avevo appena scoperto di essere incinta. Ero felice. Aspettavo la sera per dirglielo. 

Ma lui, quella sera, non arrivò. Andai a cercarlo al ristorante, mi dissero di non sapere dove fosse. Cercai un po’ in giro, al bar trovai un amico comune, che prima mi guardò come se fossi un’aliena, poi mi disse: “Sarà alla solita sala giochi”. 

“Quale solita sala giochi?” dissi io, o forse lo pensai soltanto, perché quello non rispose, si limitò a sorridermi beffardo mentre mi allontanavo. 

Era lì, alla solita sala giochi, a scommettere sulle corse dei cavalli. 

Quando mi vide non fece una piega, mi accolse con entusiasmo, mi presentò agli amici. 

Da quel giorno cominciarono i guai. Scoprii che il ristorante era sull’orlo del fallimento, che lui doveva un sacco di soldi a un numero imprecisato di persone, che il mio conto era praticamente prosciugato. Cominciarono i litigi e lui non si nascose più.  

Nel frattempo nacque Samuel, e io non avevo nemmeno i soldi per i pannolini. Il ristorante fallì e venne chiuso. Lui trovò lavoro come pizzaiolo, ma i soldi li teneva tutti per sé, per giocare. Campavo con l’aiuto di mia madre e di mia sorella.  

Lui prometteva di cambiare, invece affondava sempre di più. Cercavo di aiutarlo, “è malato”, mi dicevo, lo portavo al Sert, ai giocatori anonimi. Ma non servì a nulla. Rubava perfino a mia figlia. Falsificava gli assegni. Si mise nei guai. I creditori telefonavano di notte. Cominciai ad avere paura. Cominciai ad avere ancora pensieri di morte. 

Ma quella volta trovai un appiglio, un aiuto. Qualcuno mi aveva parlato di Sirio, un’associazione che si occupa di donne come me.  

Presi coraggio e andai, raccontai tutto. Loro mi aiutarono a fare denuncia per gli assegni falsi, mi affidarono un avvocato per riuscire a mandarlo via di casa. Trovai anche un lavoro. Finalmente riprendevo in mano la mia vita. 

È strano come le persone possano cambiare totalmente quando la situazione sfugge loro di mano. 

Mi aveva sempre trattato bene, fino a quel momento, anche se era un disgraziato con il vizio del gioco.
Ma quando capì che le cose stavano cambiando, anche lui cambiò. Diventò odioso, cinico, strafottente, non mancava occasione per umiliarmi. Prendeva il bambino davanti a me e diceva: “Samuel, tua madre racconta in giro che lavora, ma non è vero, perché di soldi io non ne vedo. È una poco di buono, chissà cosa fa, dove va, con chi…”.

Poi, quando vedeva che la cosa non mi colpiva abbastanza, passava agli insulti: “Sei vecchia, sei un mostro, chi vuoi che ti pigli se me ne vado, non vali niente, sei una nullità”. 

Resistetti per un po’, poi andai da mia sorella, finché arrivò la sentenza del giudice che assegnava la casa a me e al bambino. Ma lui non voleva andarsene. Lo minacciai di chiamare i carabinieri. 

Una sera mi telefonò per dirmi di andare a prendere le chiavi. Sembrava rassegnato, sembrava avesse capito. Quando arrivai era tutto dolce, gentile. Tentò ancora un riavvicinamento, voleva fare pace, mi chiese di ricominciare. Non cedetti. Allora mi chiese di diventare garante di tutti i suoi debiti. In quel frangente scoprii che la casa di mia madre era ipotecata, perché lui aveva collezionato una sfilza di multe circolando con la mia auto. Non ci potevo credere. Riuscii a buttarlo fuori con la forza della disperazione. 

Dopo qualche giorno venni a sapere che un vicino lo stava ospitando. Anche lui uno sbandato, un ex tossico, con problemi di alcol. Io avevo paura, mi sentivo controllata, Franco mi perseguitava, mi telefonava anche di notte. Accadde l’episodio della macchina, quando mi trascinò giù a forza, picchiandomi davanti a Samuel. 

Un giorno riuscì persino a entrare in casa, sembrava un pazzo, cominciò a spaccare tutti i mobili. 

Arrivò la polizia, lo arrestò, finì in prigione. Al processo per direttissima si difese dicendo di avere avuto una crisi di gelosia. Di avermi visto con un altro. Quasi ce la faceva, a convincerli. Ma stavolta il giudice lo condannò. A stare lontano da me e agli arresti domiciliari. 

Respiro a fondo, mi guardo ancora allo specchio. Ne hai passate parecchie, ragazza mia. Sì, ragazza, perché in fondo sono ancora l’ingenua ragazzetta di allora, quella che recitava il rosario in casa e si faceva abbindolare dal primo che passa. 

È anche un tipo fortunato, a pensarci bene. Certa gente cade sempre in piedi.  

A un certo punto arrivò uno zio che aveva un ristorante in un’altra città, gli offrì un lavoro e anche un appartamento lì vicino. Accettò il lavoro, ma non l’appartamento. Perché voleva stare vicino al bambino, diceva. 

Quel bambino che intanto cresceva senza ricevere un € da lui. Mi diceva “Soldi non ne ho”, “Abbi pazienza”. Poi tentò la carta del ricatto:  “Se mi togli la denuncia, ti do un po’ di soldi”. 

Allora andai in caserma per ritirare l’ultima denuncia. Il maresciallo mi chiese se, già che c’ero, volevo ritirare anche quelle più vecchie. Mi venne un moto di disgusto. Dissi di no, poi uscii di lì in tutta fretta.  

E ora sono qui. Aspetto che la Giustizia faccia il suo corso. 

Suona il citofono. È Saverio. “Arrivo” sto per dire, ma lui mi precede: “Posso salire?” 

“No.”. 

Lo sento sorridere anche se non lo vedo, malgrado la mia risposta brusca. Ormai è un giochetto che facciamo da cinque anni. Da quando abbiamo cominciato a frequentarci. Da quando gli ho detto che mai più, mai più, per nessuna ragione, un uomo avrebbe messo piede in casa mia. 

Resto lì per un po’, indecisa. Immagino lui, giù di sotto, che passeggia avanti e indietro, immagino la sua faccia stupita quando sente il “click” del portone che si apre. Guardo il mio dito che ha schiacciato il pulsante, perché l’ho fatto? 

Ma decido di non arrabbiarmi con me stessa, decido di dare una chance a quest’uomo. 

Decido di avere ancora fiducia nel genere umano.

Trovate questa e altre storie nel libro

Dove nascono i fiori di Daniela Invernizzi

Un libro per Sirio CSF

La Cooperativa Sociale Onlus Sirio CSF opera dal 1996 sul territorio di Treviglio e provincia di Bergamo nel campo della solidarietà e dell’accoglienza a favore di donne e ragazze, vittime di maltrattamenti e violenze, che hanno bisogno di aiuto.
Le storie raccontate in questo libro da Daniela Invernizzi sono alcune testimonianze di tale impegno.
Scritto da Daniela Invernizzi edito da Sirio CSF.

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